Storia di Anticoli di Celestino Ludovici

L’antica Fiuggi dalle origini al secolo XIX attraverso i documenti della Chiesa

L’introduzione di Pino Pelloni – Quando la storia diventa carità

Scrivere di storia non è facile. Eppure, a scrivere di storia, sono in molti. Specie per quel che concerne le storie locali. Pochi ormai sono i centri o i paesi del nostro territorio che non hanno la loro brava storia. Ci sarebbe di che compiacersi. Se non ci fosse di che preoccuparsi. E questa preoccupazione l’aveva anche don Celestino che per anni ha custodito gelosamente i suoi scritti e le sue fonti. Una preoccupazione fondata per l’approssimazione con cui talora queste cose sono state fatte, per la facilità con cui in esse ci si rifà a fonti di dubbia se non nulla credibilità, per il riscontro frettoloso delle fonti stesse, per la mancanza di note e bibliografia, per il troppo frequente ricorso alle formule del “si dice”, “si ritiene”, “è probabile”. Mentre lo storico deve lavorare solo sul “certo” e sul “provato”. Per consegnare nelle vostre mani questa “Storia di Anticoli” abbiamo lavorato per più di un anno intero. Abbiamo messo ordine nelle carte manoscritte di don Celestino, abbiamo verificato ex novo le fonti, cercato argomenti inediti e documentabili, abbiamo tradotto dal latino volgare. Abbiamo al dunque ridisegnato la storia antica di Fiuggi vista dagli archivi ecclesiastici. Una storia civile e religiosa attraverso i documenti che in lunghi anni di prezioso lavoro il nostro amico sacerdote aveva recuperato dagli archivi polverosi, aveva tradotti e fatti suoi, per destinarli ad un racconto corale che tenesse conto anche della storia sociale delle nostre contrade.

Non abbiamo mai lavorato di fantasia. Non abbiamo mai tradotto la fantasia in ipotesi, né l’ipotesi in probabilità. Non abbiamo mai tradotto il probabile nel certo. Abbiamo evitato le fonti infide. Abbiamo fotografato antichi ruderi per trovare conferme a quanto recitato nei documenti, ricostruito mappe e percorsi, specialmente nel cuore dell’antico Ghetto, parlato con gli ultimi anziani del borgo, raccolto anche qualche generoso suggerimento e tenuta in grande attenzione la finalità didattica e formativa dell’opera.

Nel confezionare la struttura narrativa di questa storia abbiamo rispettato i desiderata dell’autore. L’abbiamo sostenuta con il mio contributo di storico sociale, tenendo sempre presente che ogni storia viene scritta (e quindi va letta) sempre dal basso, anche se i documenti che attestano persone e fatti sono scritti da chi detiene il potere del momento. Attraverso le vicende che Anticoli ha vissuto passa davanti ai nostri occhi quasi tutta la storia del Papato e la storia di una terra meravigliosa e antica, ma sempre serva di potenti. Sulla panchina davanti la chiesa di San Pietro, che era diventata la nostra officina culturale, tante volte ho ricordato all’uomo di studio il pensiero di Gramsci e il suo concetto di egemonia culturale, secondo il quale sono le classi dominanti a imporre i propri valori politici, intellettuali e morali a tutta la società, con l’obiettivo di saldare e gestire il potere intorno a un senso comune condiviso. Ma anche la concezione che della storia ha Benedetto Croce, che la vedeva ridotta sotto il concetto generale dell’arte, dell’unità logica di loso a e storiogra a, della contemporaneità della storia, del circolo di pensiero e azione. Ed è qui che don Celestino ritornava il professore di loso a che era stato in gioventù, e modulava il suo ragionamento partendo dalla Scolastica per arrivare all’amato Kant. Sorridendo sconsolato dinanzi all’antisemitismo della Chiesa, entusiasta della cultura ebraica, tanto da recitare lo Shema Israel nell’antica lingua dei Padri, e curioso dinanzi alle pagine illuminanti di Gaetano Salvemini, di Leonardo Sciascia e di altri intellettuali laici che gli mettevo sul piatto. Dispiaciuto, poi, per le offese recate al paesaggio, la cementi cazione selvaggia, il non rispetto dell’ambiente naturale, la violenza sulle cose per il pro tto del momento. E ricordavamo quel Pasolini che, per reagire alla devastazione del paesaggio italiano, tentò una mossa radicale, quanto inutile. Pochi mesi prima della sua tragica morte, nel 1975, fece per la Rai un documentario sulla “Forma della città”, in cui denunciava la distruzione dell’ “Italia provinciale, rustica, paleoindustriale” a opera della civiltà dei consumi. Sostenendo la difesa non solo delle grandi opere d’arte, ma anche della “stradina da niente, così umile”, proprio come il “patrimonio della poesia popolare” andava difeso accanto alla poesia d’autore: la difesa del paesaggio storico deve avvenire in nome della “scandalosa forza rivoluzionaria del passato”. Ci raccontavamo la scuola dei tempi andati, evocavamo le gure di don Orlando Iacobelli, suo compagno di studi e amico di mio padre, il maestro Pelloni. Le piccole scuole rurali e i prestigiosi Licei classici di Alatri, Arpino, Veroli e Anagni. Di come la scuola si fosse livellata verso il basso, con il tacito presupposto che se la cultura “vera” non può essere condivisa, meglio crearne una versione più digeribile, buona per tutti. Tanto da ritrovarci una scuola meno sensibile ai valori della cultura, da cui continuano ancora ad uscire generazioni inclini ad essere preda di un’in ma televisione di massa. Il tramonto della cultura del bene comune, poi, lo consideravamo un altro ingombrante fattore di questo nostro odierno degrado. Nel nostro Paese questo è un tema assai antico, che prese la forma della pubblica utilitas, del “pubblico interesse”, generando un costume diffuso, un’etica condivisa, un sistema di valori civili, che culmina con la Costituzione.

Don Celestino aveva a cuore la sua comunità anticolana, una “ecclesia” che comprendeva i morti, i vivi e i non nati ancora. Sapeva, da studioso e da uomo di Chiesa, come l’idea del bene comune, con la sua dimensione etica e politica, comportasse una forte responsabilità intergenerazionale: lavorare oggi per le generazioni future. Tema oggi di grande attualità, a gran contrasto con l’individualismo imperante. Perché, come diceva nel 1790 Edmund Burke, “chi non guarda mai indietro, verso i propri antenati, non saprà guardare avanti, verso i posteri”. Lavorare a questa “Storia di Anticoli” è stata anche l’occasione di confrontare due culture diverse, nel segno del dialogo e della comprensione. A dimostrare che il cammino dell’uomo è un confronto con tante ipotesi di verità, e che coltivare il dubbio è segno di intelligente modernità. “Oh bello lo scuoter del capo / su verità incontestabili!/ Oh il coraggioso medico che cura/ l’ammalato senza speranza!/ Ma d’ogni dubbio il più bello/ è quando coloro che sono/ senza fede, senza forza, levano il capo e/ alla forza dei loro oppressori/ non credono più!” Quando questi versi di Bertolt Brecht risuonavano a via del Macello, nella gola che svuota a valle sotto l’antica Menorah, la speranza del Vangelo recuperava quella forza e quella dignità fuori dai chiusi pulpiti e si faceva parola di popolo. Quella speranza di pace e solidarietà che don Celestino ha visto rinascere tra le mura antiche di Anticoli, in quel breve nastro acciottolato che va da Santo Stefano a San Pietro Apostolo. E io, quella speranza, per una indimenticabile stagione, l’ho condivisa con lui.