Un ritratto sfumato e autentico, con un’attenzione alle sue contraddizioni personali – passioni, debolezze, malattie – senza sacrificare il contesto politico, la sua azione e la sua eredità
La sua opera non sostituisce le grandi biografie (Maria Casalini, Anna Kuliscioff. La signora del socialismo italiano (Editori Riuniti 2023), ma nel centenario della morte (29 dicembre 1925 – 29 dicembre 2025), esordisce nella narrativa con un romanzo che restituisce voce personale e grandezza politica ad Anna Kuliscioff (pseudonimo di Anja Rozenštejn, 1857-1925) che Gramsci definì “la più grande figura femminile del socialismo europeo dopo Marx”.
A differenza delle biografie in cui è relegata a l ruolo di “compagna di Costa o di Turati o (ricordo Anna Kuliscioff, Lettere d’amore ad Andrea Costa (Feltrinelli 1976; rist. L’Orma 2016); Pierfrancesco De Robertis, Un amore socialista (Neri Pozza 2025) – Ferrario sceglie di narrare soprattutto gli ultimi anni della sua vita (1912-1925) soffermandosi sulla donna matura, stratega del riformismo, ginecologa clandestina delle operaie tubercolotiche, teorica del suffragio femminile, antifascista irriducibile che dal letto di malata detta ancora articoli per “Critica Sociale” e organizza la resistenza al nascente regime mussoliniano.
Il libro si apre con una scena potente: il funerale del 31 dicembre 1925 a Milano, quando decine di migliaia di socialisti che sfidano squadristi e polizia per rendere omaggio alla “dottoressa dei poveri”. Da lì parte un lungo flashback che intreccia narrazione in terza persona, lettere autentiche, stralci di discorsi e dialoghi ricostruiti con grande rigore. Traccia così il suo ‘passato’ di ebrea russa esule, poliglotta, medico, con una laurea in medicina a Padova , amante appassionata, teorica che passa dall’anarchismo bakuniniano degli anni ’70 al socialismo legalitario, senza mai rinunciare alla sua vocazione radicale . “Anna non era la signora di nessuno: era la signora del socialismo, un pugno di ferro nel guanto di velluto che ha forgiato l’Italia giusta che sogniamo ancora”, scrive Ferrario.
Centrale il racconto degli anni della Grande Guerra, con la campagna per il voto femminile, la scissione di Livorno e l’ascesa del fascismo, un contesto che permette all’autrice di mostrare la Kuliscioff meno nota: quella che si oppone alla guerra di Libia e al ’15-’18, che cura gratis le lavoratrici nelle periferie milanesi, che nel 1924, ormai immobilizzata dalla malattia, detta a Turati l’ultimo appello contro Mussolini dopo il delitto Matteotti. La prosa è viva, empatica, sentimentale a tratti: Anna ha contraddizioni, gelosie, scatti d’ira, ma soprattutto una lucidità politica che intimoriva i suoi interlocutori. “In un mondo che voleva donne silenziose, Anna parlava come un uomo – e meglio di molti – per rubare la voce ai deboli”.
