Per il libro “Una esecuzione memorabile. Giovanni Gentile, il fascismo e la memoria della guerra civile” (Le Lettere)
Dopo Giovanni Gentile. La filosofia al potere (Il Mulino, 2014) – antologia di scritti a sua cura,. Alessandro Campi torna sul “caso Gentile” con Una esecuzione memorabile. Giovanni Gentile, il fascismo e la memoria della guerra civile (Le Lettere).
Il 15 aprile 1944, in via Bolognese a Firenze, Giovanni Gentile (filosofo dell’attualismo, già ministro dell’Istruzione fascista, presidente dell’Accademia d’Italia) viene ucciso da un commando gappista composto da giovani che, paradossalmente, si erano formati sui suoi manuali di filosofia. Campi prende a prestito da Machiavelli l’espressione “esecuzione memorabile” (dai Discorsi sopra la prima deca di Tito Livio – ricordiamo di Campi La politica è un’idea. Scritti su Machiavelli (Donzelli, 2013) per l’uccisione non come episodio di cronaca nera, come un giallo irrisolto (così Mimmo Franzinelli, La memoria della guerra civile, 2020) ma come cesura epocale: con la morte di Gentile finisce l’Italia risorgimentale-nazional-monarchica e inizia la Repubblica fondata sull’antifascismo cattolico-comunista, svincolata dalle idealità unitarie ottocentesche.
Il volume non cerca nuovi mandanti (il dibattito Togliatti-Secchia-Roasio è già stato analizzato) né riabilita Gentile, ma ne evidenzia il paradosso (il tema è anticipato nel saggio La morte necessaria di un filosofo. Giovanni Gentile, 1944 (del 2001, ampliato nel presente volume): il più grande filosofo speculativo italiano del Novecento, autore di un sistema culturale che ha formato generazioni di antifascisti, viene eliminato proprio perché incarnava l’ultimo legame con un’idea di Stato e di nazione che la guerra civile rendeva insostenibile. Campi intreccia attualismo gentileano con biografie novecentesche, dialogando con Croce (Storia d’Italia dal 1871 al 1915, 1928) e Gramsci (sui “tradizionalisti”); e parla del filosofo siciliano come “progettista culturale” sopravvissuto ai suoi “sicari”.
Si ricostruisce con lucidità la stua ultima stagione: l’adesione di Gentile alla RSI dopo l’8 settembre 1943 (scelta etica più che opportunistica), la sua ostinata permanenza a Firenze invece della fuga a Salò, il rifiuto di ogni protezione armata. Ma soprattutto mostra come l’apparato culturale gentiliano (scuola, università, enciclopedie) sia sopravvissuto al fascismo e abbia continuato a innervare la Repubblica, rivelando la contraddizione di un antifascismo che viveva, spesso inconsapevolmente, dentro le strutture create dal “filosofo del regime”. Gentile, come “figura paradossale”: artefice di un “sistema nervoso culturale” italiano, formatore di generazioni antifasciste (inclusi i suoi assassini) e vittima illustre di una transizione “liberatoria ma contraddittoria”. Campi dialoga con storici come Renzo De Felice (Intervista sul fascismo, 1975) e Claudio Pavone (Una guerra civile,1991), sostenendo che l’eredità gentileana è speculativa e istituzionale (ricorda in particolare i saggi su Dante, Vico, Leopardi); persiste perché “progettuale per l’Italia” e per l’avvio di una democrazia repubblicana dominata da cattolici e comunisti, svincolati dalle idealità unitarie del Risorgimento.
