Uno studio che tende a dimostrare come la Resistenza non fu solo una scelta ideologica e radicale, ma un’impresa trasversale, in cui anche l’aristocrazia ebbe un ruolo come catalizzatore politico e ideale, promuovendo azioni di resistenza e disubbidienza.
Il volume si inserisce in un percorso di ricerca maturato dall’autrice in due libri recenti Una vita tranquilla. La resistenza liberale nelle memorie di Cristina Casana (Rubbettino, 2019), Partigiane liberali. Donne dell’alta società nella Resistenza (Rubbettino, 2020) e che si colloca in un più ampio progetto di ricerca, coordinato da Andrea Ciampani su Roma, la Santa Sede e l’Italia 1943-1944.
Sono studi che tendono a dimostrare che la Resistenza non fu solo (cfr. Claudio Pavone, Una guerra civile, 1991) una scelta ideologica e radicale, ma un’impresa trasversale, in cui anche l’aristocrazia ebbe un ruolo come catalizzatore politico e ideale, promuovendo azioni di resistenza e disubbidienza e contribuendo – ed è uno dei nuclei tematici del volume – a creare un ponte tra la tradizione prefascista e la futura Italia democratica. Attraverso documenti inediti (archivi vaticani, diari privati, rapporti partigiani), l’autrice ricostruisce una fitta tessitura di personaggi, incontri, concezioni politiche e sociali che le permettono osservare le reti sotterranee e mutevoli create da alcune famiglie liberali, aristocratiche e, spesso cattoliche, dalla crisi dell’Aventino (1924) fino alla fine della guerra (in particolare nei mesi della occupazione nazista (1943-1944)
Pace sceglie come centro di irradiazione soprattutto un palazzo di Via Gregoriana 5 a Roma, abitato da sorelle Mita e Simonetta Colonna di Cesarò, figlie del duca antifascista Giuseppe Colonna di Cesarò: un “salotto aristocratico”, frequentato soprattutto nel 1943-1944 da figure di spicco come Maria José di Savoia, Ugo La Malfa e Monsignor Ferruccio Ferrari de La Renaudière centro nevralgico di attività politica, con azioni di sostegno ai perseguitati, ma anche contenitore di una opposizione ‘culturale’ che guarda non solo alle tradizioni liberali italiane, ma anche alla Chiesa, alla massoneria a alle correnti esoteriche del tempo (l’autrice introduce Rudolf Steiner e Julius Evola), contribuendo soprattutto alla formazione di un linguaggio antifascista: «In via Gregoriana 5 non si cospirava con armi, ma con parole e documenti: e fu lì che “le élites liberali seminarono la Repubblica, tra tè e falsi lasciapassare” come afferma nella terza parte del volume “Eredità repubblicana”, delineando tra l’altro l’influenza sulla Costituente di figure come Cristina Casana e Lavinia Taverna.
Da segnalare la grande attenzione della autrice alla presenza femminile che recupera l’esperienza del volume curato da Anna Rossi Doria (a cura di), La Resistenza delle donne (Donzelli, 2005) –che trattava anche di alcune figure della aristocrazia romana. Sono soprattutto nobildonne che affollano le pagine del volume con le loro biografie e i loro incontri, considerati da Rossella Pace agenti attivi nella lotta antifascista. L’autrice rivendica il loro ruolo, ed è un tratto particolarmente interessante del suo lavoro: “Le donne di questi salotti – scrive – non erano ombre nobili: erano partigiane con la penna e il cuore, che salvarono l’Italia dal buio totale”.
