Scritto con la lingua “soda” cara a Luciano Bianciardi, il testo alterna prosa ritmata, inserti di schede poliziesche, fotografie d’epoca e versi dialettali che ricordano le stornellate contadine.
Con Troncamacchioni. Una novella nera cantata in Alta Maremma (Feltrinelli 2024) Alberto Prunetti– già autore della “trilogia working class” Amianto (2014), 108 metri (2018) e Nel girone dei bestemmiatori (2020) – aggiunge il tassello più politico alla sua archeologia proletaria: dimostrare che la Resistenza antifascista non comincia l’8 settembre 1943, ma ha radici selvagge, contadine, anarchiche nel Biennio Rosso maremmano e negli anni immediatamente successivi.
“Troncamacchioni”, ricordato nel titolo, era l’insulto di agrari e squadristi contro braccianti, minatori, carbonai e disertori dell’Alta Maremma grossetana: gente che viveva nelle macchie, tagliando legna e bestemmiando in vernacolo. Prunetti li trasforma nel coro protagonista di un libro ibrido, né romanzo, né saggio, né inchiesta, ma una “novella nera cantata” che scava negli archivi del Casellario Politico Centrale, negli istituti storici di Grosseto e Massa Marittima e nelle testimonianze orali per restituire nome e volto a decine di schedati: Domenico Marchettini «Ricciolo», Robusto Biancani (esule in URSS, poi ucciso da Stalin nel ’38), il calzolaio anarchico Gualtiero Bucci, Albano Innocenti “fermentatore di disordini”. Forte la presenza delle donne – sorelle, mogli, madri – co-protagoniste di una resistenza quotidiana e familiare. Insieme restituiscono alla memoria una lotta popolare, rurale, dialettale che la storiografia nazionale ha trattato spesso in modo marginale (ricordiamo sulla Maremma ribelle: Ivan Ariemma (cur.), Rosso Maremma (Effigi 2015); Sergio Anselmi, La Maremma ribelle (2005); Adolfo Badii, Anarchici maremmani (2010).
Il nodo tematico del volume sono i fatti di Tatti, 1922: l’uccisione del fascista Patrizio Biancani, la rappresaglia delle camicie nere, la caccia all’uomo tra i castagneti di Monterotondo. «Non si bonifica una terra uccidendo chi la abita: si semina solo il vento che torna fascista», scrive Prunetti nell’epilogo, ricordando come la “bonifica integrale” mussoliniana abbia voluto sradicare insieme paludi e ribelli. Perché: «Quei troncamacchioni non erano barbari: erano la Maremma stessa, la sua rabbia verde contro il piombo delle divise».
Scritto con la lingua “soda” cara a Luciano Bianciardi (che della Maremma era figlio e che aveva scritto, La vita agra (1962) e L’integrazione (1960), il testo alterna prosa ritmata, inserti di schede poliziesche, fotografie d’epoca e versi dialettali che ricordano le stornellate contadine. Il risultato è una polifonia in cui parlano quegli «incivili» che la storiografia ufficiale ha relegato al ruolo di comparse che è usato da Prunetti per “tagliare il bosco dell’oblio” con l’accetta della lingua, della appartenenza e, anche, della rabbia.
