Si è tenuto a Fiuggi il 19 giugno presso l’Officina della Memoria e dell’Immagine il convegno “Mediterraneo, mare d’Europa” promosso dalla Fondazione Giuseppe Levi Pelloni nell’ambito del Premio Cartagine Summer 2026. L’incontro è stato dedicato ai temi geopolitici e culturali dei Paesi mediterranei, in particolare di quelli africani in sintonia con quanto espresso nel Piano Mattei.
Son intervenuti e stati premiati Ngor NDiaye, ambasciatore straordinario e plenipotenziario della Repubblica del Senegal in Italia, Lebeko Victor Sello, ambasciatore del Regno di Lesotho e Alex Herman Gild, Segretario regionale del Partito del Congresso e deputato dello Stato del Kerala (India) e vice segretario dxel ministro degli Interni Ramesh Chennithala.
Relatori Gianluigi Rossi, professore emerito di Storia delle relazioni internazionali de La Sapienza e lo storico sociale Pino Pelloni.

Dalla relazione del nostro Segretario Generale:
“’Yalla’ è una parola araba diffusissima che significa “andiamo”, “forza”, “muoviamoci”. E per noi della Fondazione Giuseppe Levi Pelloni è un invito ad attraversare secoli di relazioni tra mondo arabo ed ebraico, andando oltre l’attualità.
Perché oggi è così difficile pensare “arabo” ed “ebraico” insieme, nonostante secoli di convivenza, contaminazioni culturali e lingue condivise?
Il nostro obiettivo, sia con il progetto “Baruch Abbà” e sia con l’attenzione che questo nostro incontro dedicato al Mediterraneo, è di rispondere a questo quesito nel tentativo di ricostruire la lunga storia delle comunità ebraiche del Nord Africa, del Medio Oriente e dell’antica al-Andalus (il nome arabo con cui veniva indicata la Pensisola iberica, Spagna e il Portogallo, durante la deminazione islamica durata circa secoli. Testimone di una ricca e raffinità civiltà fiorita nella regione tra il 711 e il 1492 che ha lasciato sino ai giorni nostri una imronta indelebile nella cultura, nella lingua e nell’architettura locale.)
Con questo nostro “Mediterraneo, Mare d’Europa” vogliamo ampliare il nostro sguardo oltre l’Europa per dimostrare come la storia ebraica sia anche profondamente mediterranea, araba e diasporica. E con tutti voi vogliamo condividere la possibilità di pensare identità intrecciate invece che separate. Non cercando soluzioni semplici né proponendo una nostalgia ingenua del passato, ma ricordare invece che le culture non sono mai state blocchi monolitici: lingue, cibi, musiche e tradizioni si sono sempre contaminate.
Ed è forse proprio questo il messaggio più forte della nostra tavola rotonda: la memoria può diventare uno spazio divisivo, ma anche uno spazio di incontro.
Ma, ahinoi!, oggi il Mediterraneo non è solo un mare ma un’area geopolitica nella quale si intersecano le contraddizioni più spinose del nostro modello di sviluppo. È un’area segnata da disuguaglianze sociali enormi, da regimi autocratici, da migrazioni di uomini e donne, da rilevanti interessi economici.

Per l’Europa rappresenta un grande bacino di affari economici, dalla ricostruzione all’accaparramento delle ricche risorse del sottosuolo, con l’Italia che ha perso la sua centralità mentre la Turchia ne ha di fatto costituito un proprio protettorato, con delle politiche di controllo delle migrazioni già sperimentate e messe a frutto sul proprio territorio.
Il fenomeno migratorio è uno dei grandi protagonisti dell’area mediterranea: i migranti sono visti sempre meno come esseri umani detentori di diritti, primo tra tutti quello alla mobilità – non necessariamente per un miglioramento delle proprie condizioni ma semplicemente per cambiarle, come ogni altro cittadino europeo. Le responsabilità della politica sono enormi ma non sono le sole: anche una fetta importante di intellettuali e mass media hanno ceduto nell’assumere culturalmente un dispositivo vittimario, costruito intorno alle nostre paure e alla retorica dell’invasione, o, nel migliore dei modi, narrato attraverso la metafora di mani nere che, sul punto di affogare, sono salvate da mani bianche.
Abbiamo così finito col proteggere i confini e non le persone e il risultato è che nel Mediterraneo si sta producendo l’equivalente della “deriva dei continenti”, dove sono le comunità ad allontanarsi sempre di più: dobbiamo agire presto, per un dialogo dei popoli e non dei poteri o degli Stati.


Abbiamo bisogno di una nuova narrazione, di un nuovo pensiero sul Mediterraneo, che sappia mettere insieme, circolarmente e olisticamente, le grandi questioni che lo attraversano: dalla giustizia sociale ai cambiamenti climatici, dai conflitti alle negazioni dei diritti umani, dal restringimento degli spazi democratici allo sfruttamento delle risorse naturali, dalle migrazioni umane al commercio di beni.
Un “nuovo umanesimo” non può che essere basato sulla capacità di integrare, la capacità di dialogare e la capacità di generare, questo superando una visione identitaria delle appartenenze religiose, soffocate dall’alimentazione delle paure umane più che ancorate sul respiro di un Dio che non conosce barriere, la cui visione non può essere settaria ma è universale
Sono convinto che questo nostro Mediterraneo, diventato oggi l’epicentro di una tragedia umana, frutto avvelenato di sperequazioni globali inaccettabili e di ingiustizie strutturali, possa al contrario essere riabilitato come laboratorio privilegiato di una nuova fraternità tra i popoli.
Ora, non è alla sola cultura europea che può essere ricondotto l’umanesimo mediterraneo. Occidente e Oriente si incontrano sulle rive del Mediterraneo e anche l’Africa con il suo patrimonio di saggezza ne è parte”.

Abbiamo quindi urgente bisogno di disegnare una nuova antropologia, che esca da un antropocentrismo autoreferenziale, per affermare l’homo ethicus contestando la prospettiva dell’homo oeconomicus.
Contro i facili riduzionismi, facciamo nostra la “misura smisurata” dell’incontro e dell’essere irriducibilmente in relazione che questo mare non smette di raccontare. La “misura smisurata” del riconoscimento reciproco, dell’ospitalità, dello scambio di doni, di un’unità che fiorisce nella diversità. Infatti ciò che più caratterizza la mediterraneità è il senso dell’ospitalità.
Certo, molto cammino è ancora da fare. Ecco perché quest’accoglienza non è un semplice gesto di profonda umanità che salva dalla chiusura disumanizzante: è un gesto di fede.
